I recenti mondiali di calcio sono stati formidabili rivelatori del Modello Geopolitico Occidentale. Per chi non segue questo sport è stato semplice notare che nelle Nazionali …
I recenti mondiali di calcio sono stati formidabili rivelatori del Modello Geopolitico Occidentale. Per chi non segue questo sport è stato semplice notare che nelle Nazionali Europee, Statunitense e Canadese sono scomparsi i calciatori bianchi, sostituiti da Centroamericani e soprattutto Africani.
Grandissima parte dei giocatori “non” europei, da quelli del Brasile al Giappone giocano invece qui, nei ricchissimi club del vecchio Continente. Di conseguenza, acquisendo quasi tutti il medesimo gioco, le Nazionali di tutto il mondo si somigliano nella tecnica e nel modo di impostare e disputare i rispettivi match, tranne che per la forza fisica, tempra e vigoria dei singoli calciatori, aspetto questo, dovuto a una precisa genetica e biologia. L’unica squadra senza giocatori “stranieri” sarebbe stata quella italiana, eliminata nelle qualificazioni. Questo fenomeno sociologico, espressione del Modello sociale, economico, politico e finanziario riconducibile al Globalismo si è imposto con prepotenza negli ultimi trent’anni generando squilibri, disordini e instabilità quasi ovunque, specie in Occidente. Un “sistema” fallimentare che ha sfilacciato, impoverito le varie comunità e provocato forti tensioni sociali.
Nonostante ciò, sono stati pochissimi gli intellettuali che dagli anni Novanta hanno denunciato i pericoli del Mondialismo e del suo effetto più nocivo: l’immigrazione massiccia, in prevalenza musulmana. Chi provava a considerarne disagi, rischi e insidie veniva inascoltato o deriso. Ma lo sparuto gruppetto di studiosi, disseminati principalmente tra Francia e Italia ha continuato a scrivere testimoniando le inevitabili minacce sociali di questo fenomeno. Pochissime altre voci si sono poi aggiunte nel mondo giornalistico, accademico e del libero pensiero. I pericolosi artigli messi in atto dall’Agenda di Maastricht non lasciavano scampo fra diktat da rispettare nelle modalità più rigide, pena scomuniche, lecenziamenti e tagli di fondi alle agenzie di stampa, politiche e culturali di vario genere. Seguire le direttive viceversa, scagionava dalle gogne escogitate per chi si opponeva all’omicidio dei popoli europei.
La “dittatura di Bruxelles” arriva infatti ai governi Nazionali in modo tentacolare, attraverso efficacissime “centraline di controllo” e “dispositivi” che in vario modo raggiungono la politica, la cultura e il fitto mondo delle Orgasnizzazione No-Profit, per attuare un certo paradigma di pensiero e comportamentale. All’apice di questo progetto abbiamo alcuni capisaldi: la retorica immigrazionista, antirussa, filoislamica e ovviamente filosionista. Le diverse decisioni, ordite da figure potentissime vengono attuate in precisi indirizzi politici nella forma di provvedimenti, direttive, ordinanze e disposizioni. La “summa” di queste “strategie distruttive” per le Nazioni ha fatto sì che dal ‘92 il nostro Continente si deindustrializzasse a favore di una poderosa finanziocrazia straniera, altamente speculativa e riempiendosi ovunque di immigrati (per una forza lavoro schiavizzata) che rappresentano al momento percentuali altissime in ogni Stato.
Però, ci stupiamo “ancora” di fronte a episodi che si susseguono con evidente accelerazione, il cui scopo è attaccare deliberatamente la popolazione autoctona europea. Gran parte della politica, della stampa ufficiale e alternativa, tende a difendere l’Islam, religione che si conosce pochissimo. E dietro una malcelata ammirazione per il mondo musulmano, si nasconde forse un sottile, inconsapevole maschilismo per un perduto potere sulle donne degli uomini occidentali.
Vorremmo evitare il pietoso elenco di furti, ferimenti, omicidi, rapine, assalti di vario tipo a persone, esercizi pubblici e abitazioni private che si sono susseguiti con regolarità drammatica negli ultimi decenni, per soffermarci su uno dei recenti episodi di cronaca, relativo alla morte del marocchino Abderrahim Fakir, residente in Italia e deceduto il 19 luglio nel quartiere Pilastro di Bologna. Questa vicenda, come moltissime altre, si inscrive in uno scenario più ampio che in Europa inizia con l’Istituzione di una “Zona di libera circolazione senza controlli alle frontiere interne”, regolamentata dal Trattato di Schengen che l’Italia sottoscrive nel 1990. Insieme al Trattato di Amsterdam del 1997 anche il precedente è stato poi integrato nel quadro giuridico dell’Unione Europea. Istituzione che nasce ufficialmente a Maastricht nel 1992 con lo scopo di realizzare tre pilastri: La nascita della moneta unica e la relativa creazione della Banca Centrale Europea; L’obbligo di attenersi al limite del 3% per il rapporto debito/Pil; Riconoscere appunto il Trattato di Schengen applicando il diritto di circolare e risiedere liberamente in tutti i Paesi membri dell’Unione.
La morte di Abderrahim Fakir va perciò inserita in un quadro complesso da analizzare. La vicenda ha indubbiamente fatto clamore dato che il quarantaduenne è deceduto dopo che alcuni agenti di polizia hanno provato a calmearlo e ammanettarlo, dato che versava in uno stato delirante. La procura di Bologna ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, al momento senza indagati, per chiarire le cause del decesso e le modalità del fermo. Sono al vaglio i video girati dai residenti e i dati delle bodycam dei poliziotti, i cui accertamenti tecnici sono stai affidati al RIS. L’autopsia, gli esami tossicologici e medico-legali sono stati disposti per stabilire l’esatta causa di morte, tra crisi respiratoria, condizioni di salute pregresse e l’impatto delle tecniche di contenimento.
Nei trenta minuti su cui si concentrano le indagini, ossia tra l’arrivo dei poliziotti, in presenza di un’autoambulanza, fino al momento in cui l’uomo è stato immobilizzato, ammanettato e morto, si è scatenato il mondo dei media in una forma inaudita di condanna verso le forze dell’ordine.
Secondo l’Associazione Antigone, in Italia una gran parte dei casi di violenza sessuale e di genere sta aumentando esponenzialmente da parte dei cittadini stranieri, considerando l’esiguo numero della loro presenza nel Paese. Le stime dell’Istat raccontano che “circa il 10% degli stupri commessi in Italia è attribuibile agli immigrati”. Secondo i dati raccolti dalla recentissima sede romana del “Global Forum sulle statistiche di genere”, solo il 6% degli stupri in Italia è commesso da persone estranee alla vittima, “se anche considerassimo che di questi autori estranei la metà sono stranieri – dichiara la direttrice dell’Istituto – si arriverebbe al 3% degli stupri a opera degli immigrati”. Numero altissimo rispetto a una presenza straniera che in Italia si aggira intorno ai cinque milioni di persone, rappresentando appena il 9% della popolazione.
Purtroppo conosciamo bene i casi di violenza che si susseguono con frequenza sempre maggiore su donne giovani e meno giuovani, nelle periferie, come nelle zone centeali delle città italiane da parte di immigrati. Eppure non abbiamo “mai” assistito a tanto biasimo, riprovazione, sdegno, indignazione e corale risentimento mediatico come nel recente caso di Fakir.
Non si parla mai dei significati del “pene come arma”. La guerra dello stupro è invece antichissima, sempre esistita come “umiliante” segnale verso i maschi sconfitti. Le donne conoscono benissimo i pericoli atroci di questo fenomeno che si sta nuovamente scatenando su di loro. E dato che non si parla mai dei valori socio-culturali che sottendono il quadro degli stupri, non ci si accorge purtroppo che perfino la libertà di cui le donne oggi ad esempio godono in Italia come in tutto l’Occidente è interpretata dai maschi islamici come “debolezza”, “vigliaccheria”, “infamia” degli uomini, i quali a maggior ragione devono essere disonorati, irrisi e sbeffeggiati attraverso l’appropriazione delle donne. Questi significati vengono da lontano, appartengono a Modelli Cultuali “rigidi” e spingono all’azione con tanta maggiore violenza quanto meno sono consapevoli, perciò vissuti come inderogabili perché da essi si è “agiti”. Le donne, ogni donna è invece consapevole che il pene è un’arma in quanto supera il confine del corpo alla pari di un coltello, un punteruolo, di un qualsiasi proiettile. Il Codice penale ancora non riesce a equiparare lo stupro all’omicidio, ma di fatto esso lo è, anche se si tratta di un’arma “impropria”, la donna ne esce sempre “uccisa”. Ogni stupro è un’uccisione, più violenta, più traumatica, più significativa di qualsiasi altra uccisione perché il pene è il “primo coltello sacrificale” e il suo oggetto non è soltanto la particolare donna che è violentata, ma la “donna” come “vittima”, come segno e simbolo del concetto stesso di “vittima” del gruppo intero, scriveva l’antropologa Ida Magli.
foto Forum anti violenza 2025
