Remigrazione, rimpatri, libertà o carcere

Uno straniero regolare con fedina penale pulita non deve remigrare se non si integra Remigrazione Treccani riporta le parole di Alessandro Corbetta, Capogruppo Lega in Regione Lombardia: …

Uno straniero regolare con fedina penale pulita non deve remigrare se non si integra

Remigrazione

Treccani riporta le parole di Alessandro Corbetta, Capogruppo Lega in Regione Lombardia: “Anche in Italia dobbiamo parlare di remigrazione, ovvero rimpatriare non solo clandestini e criminali, ma anche gli stranieri che scelgono di non volersi integrare. I fatti di Milano sono un segnale chiaro: non possiamo più cedere pezzi di città a bande di immigrati che commettono violenze e offendono il Paese che li ha accolti. Chi è venuto in Italia a lavorare e si è assimilato alla nostra cultura è il benvenuto, ma chi ha scelto di non integrarsi e di non rispettare il popolo che lo ospita va rimpatriato”. Non è dunque vero che col termine remigrazione si intende il rimpatrio dei soli criminali. Gli stranieri che non commettono reati ma che non si sono integrati non sono punibili dal Codice penale. Con quale metro si potrà mai misurare chi si è integrato e chi non si è integrato tra chi ha la fedina penale pulita? Se uno straniero fosse, ad esempio, disoccupato, se non avesse ancora imparato bene la lingua ma al contempo avesse la fedina penale immacolata, che fastidio ci darebbe? È chiaramente una persona da aiutare, non da punire, non da rimpatriare. Ha bisogno di servizi inclusivi che la aiutino ad essere autosufficiente, a lavorare, ad esprimersi, non ha bisogno di tornare in un Paese dal quale è scappata. Bisogna capire quale sia il disagio che le impedisce di integrarsi ma di certo non condannarla per questo se, nello strenuo attaccamento alle proprie tradizioni, rispetta però la legge. Difficile stimare chi si mette nella bocca la parola ‘remigrazione’, che non è altro che una persona che diffonde odio gratuitamente e che non è capace della ben che minima empatia. Oggi il razzista odia i non italiani, domani chi ha gli occhi verdi odierà chi li ha castani? Oggi le razziste odiano le donne che mettono un innocuo velo. Domani le donne con i pantaloni odieranno quelle con la gonna? ‘Se non mettono i pantaloni non si vogliono integrare’ potrà dire qualcuno. Parlare di ‘remigrazione dei non integrati’ è follia. Remigrazione e rimpatrio hanno due significati profondamente diversi. Diverso è parlare di ‘rimpatrio’ di criminali e di clandestini che non abbiano i requisiti per essere rifugiati politici. Diverso è parlare di rispetto della legge. Ci vuole rispetto per chi non si sia integrato ma è regolare e rispetta la legge, molto rispetto. Rispetto senza il quale è l’italiano razzista a violare la legge per diffamazione e per istigazione all’odio razziale/etnico, non viola di certo la legge lo straniero regolare con la fedina penale pulita ma non integrato.

Italiani di seconda generazione

Se gli italiani di seconda generazione hanno passato tutta la loro vita in Italia e hanno legami solo con l’Italia, non abbiamo il diritto di mandarli nel Paese dei loro genitori, che non hanno mai visto, mai vissuto e di cui quasi niente sanno. Quando uno straniero di seconda generazione commette un crimine va in carcere. E se le carceri sono piene, vanno costruite nuove carceri. Una buona legge di bilancio può ben trovare le risorse economiche per costruire carceri. Il Governo trova sempre i soldi per le manovre davvero utili.

Rimpatrio dei clandestini

La legge è ben chiara. Il clandestino fa domanda per diventare rifugiato politico. Se viene da un Paese in guerra o talmente pericoloso da conferire i requisiti per diventare rifugiato politico, il giudice accetta la richiesta e conferisce questo status. Se viene da un Pese sicuro, il giudice rifiuta la domanda e non concede lo status. Se un clandestino riceve lo status di rifugiato politico, viene mandato in un centro d’accoglienza a farsi curare, a imparare l’italiano, ad apprendere come si compila un cv e ad essere aiutato a trovare casa e lavoro. Il centro d’accoglienza serve proprio a far sì che delle vittime di violenza, quali sono i rifugiati, vengano aiutate ad integrarsi. Se invece il clandestino rimane clandestino perché gli viene rifiutata la richiesta dal giudice, va rimpatriato. Si tratta di un migrante economico che non ha rispettato l’iter per avere il permesso di soggiorno come migrante economico e ha provato a fingersi rifugiato. Va rimpatriato. Se vuole venire in Italia deve seguire l’iter per migranti economici come tutti gli altri. I Centri per il rimpatrio – CPR, luoghi tristissimi e altamente bisognosi di miglioramento, esistono perché non si possono rimpatriare degli esseri umani senza che il Paese di provenienza sia d’accordo e i clandestini ivi vengono tristemente reclusi in attesa che l’accordo si formalizzi. A malincuore ciò è necessario, perché senza i Centri per il rimpatrio saremmo costretti ad accettare chiunque, anche chi non ha rispettato l’iter da migrante economico né ha i requisiti per essere rifugiato politico. A malincuore bisogna ammettere che questo non è possibile. Non abbiamo le risorse umane, economiche e mentali per spalancare le porte senza filtro. Per permettere una vera integrazione, per permettere di accogliere con tutti i crismi ci devono essere delle regole da seguire. Non di meno, uno straniero clandestino è uno sconosciuto, potrebbe essere una persona generosa e volenterosa oppure potrebbe essere un potenziale criminale, come ogni essere umano, di qualsiasi colore sia la sua pelle. Avendo questo dubbio, è necessario avere delle regole, monitorare chi entra, accogliere e inserire migranti economici regolari e rifugiati politici e rifiutare l’ingresso agli altri, di cui niente possiamo sapere.

Rimpatrio dei criminali

Ora parliamo civilmente dell’unico dubbio degno di essere tale: quando uno straniero (di prima generazione) è regolare e commette un crimine, ha senso rimpatriarlo o si può solo mandarlo in carcere? Sarà impopolare ma c’è da chiedersi che senso abbia empatizzare con gli italiani in quanto italiani. Non ha molto più senso empatizzare con tutta quella fetta di popolazione mondiale che rispetta la legge del proprio Paese? Non ha molto più senso empatizzare con la legalità? E allora con che cuore spedire un nigeriano stupratore a piede libero nel suo Paese, in mezzo a famiglie di bravi nigeriani con la fedina penale pulita che rischiano la vita e la salute per colpa nostra? Il rimpatrio di un criminale ha senso solo quando il Paese di provenienza lo preleva in aeroporto e lo mette in carcere. Il rimpatrio ha senso solo quando i giudici del Paese di provenienza riconoscono come valido il processo avvenuto in Italia. Chiaramente il processo non si può svolgere altrove, quando indizi, prove, vittime e testimoni sono tutti qui. Senza accordi di cooperazione internazionale che garantiscano la detenzione nel Paese d’origine, il rimpatrio rischia di tradursi in impunità. Esportare un soggetto pericoloso in un contesto con minor controllo statale può esporre a rischi i cittadini di quel Paese, contravvenendo a un principio di solidarietà globale. Veramente preferiamo pensare che uno straniero in carcere sia un costo sulle tasche degli italiani anziché preferire che un colpevole non resti libero e non minacci la salute e la vita di chi se lo trova tra i piedi? Veramente dormiamo bene la notte sapendo che per colpa nostra, che non vogliamo spendere per tenere un criminale in carcere, probabilmente qualcun altro verrà rapinato, stuprato o ucciso? Il giudice purtroppo ha la possibilità di scegliere tra carcere e rimpatrio, ma così non deve più essere. Un criminale va in carcere, possibilmente nel Paese di provenienza. Ma se il Paese di provenienza non lo mette in carcere, lo dobbiamo mettere nelle carceri italiane, per proteggere la brava gente, di qualsiasi colore abbia la pelle.

Da

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *