Le preoccupazioni per il tasso di natalità che minaccia pensioni e incontrollati arrivi, non mancavano anche negli anni trenta del secolo scorso Gli svedesi, soltanto 6,3 milioni nel 1933, combattevano la denatalità con riforme volte a garantire forme di aiuto, come abitazioni a basso prezzo e pasti gratuiti nelle scuole. L’aborto legalizzato e l’educazione sessuale […]

Le preoccupazioni per il tasso di natalità che minaccia pensioni e incontrollati arrivi, non mancavano anche negli anni trenta del secolo scorso

Gli svedesi, soltanto 6,3 milioni nel 1933, combattevano la denatalità con riforme volte a garantire forme di aiuto, come abitazioni a basso prezzo e pasti gratuiti nelle scuole. L’aborto legalizzato e l’educazione sessuale finalizzata al controllo delle nascite che avrebbero contribuito a evitare le nascite indesiderate e indesiderabili per una pianificazione famigliare evoluta.

Invece in Italia, il declino del tasso di natalità insidiava le ambizioni di Mussolini, anche se egli legiferò per evitare le cosiddette relazioni razziali miste con donne locali, ma investì per rendere le colonie sicure e attrattive per le donne italiane.

Lo Stato fascista, per accrescere le nascite, proibì l’aborto, l’uso degli anticoncezionali e qualsiasi forma di educazione sessuale. Negli anni Trenta il tasso di natalità era sceso dai 39 nati vivi per mille abitanti al 24 per mille, con differenze regionali significative: nella Torino industriale il tasso era di 14,6 per mille, mentre nella agricola Basilicata raggiungeva i 33,7 per mille.

I grandi centri urbani venivano definiti “centri di infezione denatalista” e Mussolini metteva in guardia contro “più bare che culle”. La povertà e i pregiudizi limitavano l’uso del preservativo, favorendo l’uso assiduo del coitus interruptus, scherzosamente definito “marcia indietro”.

La fabbrica Hatù lavorava soprattutto per le forze armate e i profilattici erano pubblicizzati unicamente per la profilassi delle malattie sessualmente trasmesse nei bordelli. L’incentivo al matrimonio e alla procreazione si attuò nel 1926 con l’introduzione della tassa sui celibi, che arrivava a far pagare agli scapoli il doppio delle tasse.

A Bologna il podestà esplicitava la lotta alla denatalità con l’esortazione: “Chiavate e lasciatelo dentro, Ordine del partito!”. Intanto “La Giornata della Madre e dell’Infanzia” veniva celebrata a Roma. Si trattava di una ricorrenza istituita in Italia nel 1933 durante il regime fascista, celebrata inizialmente il 24 dicembre (coincidente con il “Natale del Duce”) e in seguito spostata o associata al 6 gennaio.

Durante la cerimonia venivano premiate le donne più prolifiche, chiamate dall’altoparlante non per nome, ma per numero di figli: quattordici, sedici, diciotto…Il Duce incitava elogiando l’opera dell’ONMI (Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia): “Massimo di natalità, minimo di mortalità”

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