Chiara Ercoli riflette sul dolore per la morte di Edoardo Petrella e dialoga con lo psichiatra Emanuele Caroppo su ascolto, adolescenti, famiglie e comunità
di Chiara Ercoli *
Ci sono notizie che non si leggono: si ricevono, come un colpo. La morte di Edoardo Petrella, quattordici anni, per me è stata questo. L’ho ricevuta tre volte: da donna, da madre, da assessora che in questa città ha la delega alle politiche giovanili. E tutte e tre le volte sono rimasta senza parole.
Nelle ore successive ho capito che non mi servivano parole da dire, ma domande da fare. Il giorno prima, Leone XIV aveva dedicato l’intenzione di preghiera di ottobre alla salute mentale, chiedendo di ascoltare e accompagnare chi soffre. Così ho cercato Emanuele Caroppo, psichiatra e psicoanalista della Società Psicoanalitica Italiana, e gli ho chiesto ciò che in questi giorni, credo, molti di noi si stanno chiedendo. Non per spiegare ciò che è accaduto: della storia di Edoardo non sappiamo nulla, e non spetta a noi sapere. Ma per capire che cosa possiamo fare noi adulti, da domani.
Ho deciso di rendere pubblica quella conversazione perché sento che non appartiene solo a me.
Dottore, io non so da dove cominciare. Davanti alla morte di un ragazzo di quattordici anni, da dove si comincia?
«Dal silenzio. Ci sono dolori davanti ai quali anche le parole migliori sono di troppo. Il primo pensiero va alla famiglia di Edoardo, ai suoi amici, a chi gli ha voluto bene. Stare vicini vuol dire non pretendere spiegazioni, non chiedere a chi soffre di rendere comprensibile agli altri ciò che sta vivendo. Un dolore così non chiede di essere capito. Chiede di non essere lasciato solo».
Il Papa ha chiesto perdono per le volte in cui abbiamo “distolto lo sguardo”. Mi sono domandata quante volte l’ho fatto anch’io. Che cosa la colpisce di quelle parole?
«La loro concretezza. Lo sguardo non è un sentimento: è una scelta. Ogni giorno decidiamo dove posare gli occhi e a chi dare il nostro tempo. Spesso la sofferenza la vediamo benissimo: è che non sappiamo che cosa farne, e allora guardiamo altrove. Quelle parole ci chiedono un passo, anche maldestro. Non servono frasi perfette. Basta: “Non so trovare le parole, ma sono qui”».
È giusto accostare quel messaggio al dolore della nostra città?
«Sì, a patto di rispettare un confine. Non conosciamo la storia di Edoardo e non abbiamo il diritto di attribuirle diagnosi, significati o responsabilità. Una vita non si ricostruisce da una notizia. Quello che possiamo fare è guardare noi stessi: i luoghi di ascolto che abbiamo costruito e quelli che mancano, l’aiuto che è davvero raggiungibile, le relazioni in cui chiedere aiuto non fa vergogna».
Tutti diciamo ai nostri figli “ti ascolto”. Ma che cosa significa ascoltare davvero un adolescente?
«Significa lasciargli la possibilità di sorprenderci, anche con qualcosa che non vorremmo sentire. Posare il telefono. Fermare la fretta. Trattenere la risposta pronta. E sapere una cosa: gli adolescenti non parlano quando li convochiamo. Parlano in macchina, a tarda sera, mentre si fa altro, quando nessuno li guarda negli occhi. L’ascolto non si fissa per appuntamento: si fa trovare. Quando poi un ragazzo comincia a raccontarsi, la tentazione è rassicurarlo subito, correggerlo, spiegargli come dovrebbe sentirsi. Ma chi rassicura troppo in fretta, spesso sta solo chiudendo il discorso. “Ti ascolto” è una frase che vale quanto il tempo che siamo disposti a darle».
E nella vita di tutti i giorni, a casa, a cena, quale spazio possiamo aprire?
«Ai ragazzi chiediamo com’è andata l’interrogazione, se hanno vinto la partita, che cosa faranno da grandi. Domande giuste, ma tutte sul risultato. Quasi mai chiediamo: “Come sei stato oggi?”. E quando lo chiediamo, dobbiamo saper reggere anche un “non lo so”. C’è poi un passaggio che agli adulti sfugge: un ragazzo non ci consegna mai subito la cosa grande. Prima ci mette alla prova con una cosa piccola, e guarda che cosa ne facciamo. Se la liquidiamo, la grande non arriverà. Ogni ragazzo dovrebbe avere qualcuno davanti al quale non dover fare bella figura. Qualcuno con cui poter essere impaurito, deluso, confuso. Qualcuno davanti al quale abbassare la guardia».
Da madre le confesso la mia paura: non avere la risposta giusta. Un adulto deve averla sempre?
«No. Deve avere la disponibilità a cercarla insieme. “Aiutami a capire” è una frase da adulti, non una resa. Come lo è “vediamo a chi possiamo rivolgerci”. Ai ragazzi non serve un adulto infallibile: serve un adulto raggiungibile. Ma nemmeno gli adulti vanno lasciati soli: un genitore preoccupato, un insegnante, un allenatore devono sapere a chi bussare. La cura diventa reale quando chi sta vicino a un ragazzo sa come attivare un aiuto».
Glielo chiedo ora da amministratrice: che cosa possono fare le scuole, lo sport, le associazioni, le istituzioni?
«Rendere l’aiuto riconoscibile. In ogni scuola e in ogni palestra tutti sanno dov’è l’estintore: c’è un cartello, una freccia, qualcuno che è stato formato a usarlo. Quanti sanno con la stessa certezza a chi rivolgersi quando un ragazzo sta male? La disponibilità generica non basta: servono una persona, un luogo, un percorso. Una porta aperta conta solo se si sa dove trovarla. E nessuno può tenerla aperta da solo: servono famiglie, scuola, territorio e servizi che si parlano».
L’appello del Papa può parlare anche a chi non crede?
«Certamente. Accogliere, ascoltare, accompagnare: non serve la fede per capire questi tre verbi. Il Papa ricorda anche familiari, professionisti e volontari: persone che reggono il peso degli altri con pazienza, quasi sempre lontano dai riflettori. Una comunità può dare forza a questa presenza silenziosa e aiutare chi soffre ad arrivare alle cure di cui ha bisogno».
Se in questo momento ci stesse leggendo un ragazzo, che cosa gli direbbe?
«Che chiedere aiuto non è confessare una debolezza: è un atto di fiducia, e ci vuole coraggio. E che se il primo adulto a cui parli non capisce, non significa che hai sbagliato a parlare. Significa che devi provare con il secondo. Qualcuno capace di ascoltarti c’è: non smettere di cercarlo».
Come possiamo stare accanto a chi oggi piange Edoardo?
«Con discrezione e con continuità. Rispettando ciò che vogliono condividere e ciò che vogliono custodire. Offrendo una presenza che non pretende risposta. E ricordando una cosa: il dolore resta anche quando i riflettori si spengono. Verranno giorni più silenziosi. È lì che una telefonata varrà più di tutti i messaggi di oggi».
Che cosa vorrebbe lasciare a Velletri?
«Una comunità non si misura da quanto si commuove, ma da quanto resta. Oggi Velletri si stringe attorno alla famiglia di Edoardo, ai suoi amici, a chi gli ha voluto bene. Che questo abbraccio sappia durare».
Ho chiuso quella conversazione con meno risposte di quante ne cercassi, e con una domanda che non mi lascia più: nelle nostre scuole, nelle nostre palestre, nei nostri uffici, sappiamo dov’è l’estintore? La porto con me, da madre e da amministratrice, e la consegno a questa città.
Alla famiglia di Edoardo va il mio abbraccio. E l’impegno a restare.
Chiara Ercoli
assessora alla Cultura con delega alle Politiche Giovanili del Comune di Velletri