Castelli Romani, quelle serrande che non riaprono: se scompare una bottega si spegne un pezzo di città

Il calo degli artigiani e la crisi dei negozi di vicinato minacciano anche i Castelli Romani: quando chiude una bottega si perde un pezzo di comunità. Una riflessione che parte dai recenti dati dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre

Il cartello “chiuso per ferie”, nei giorni di Ferragosto, è sempre stato una promessa: ci si ferma per qualche settimana, si riprende fiato e poi si ricomincia. Dietro quella serranda abbassata continuano a esserci un nome, un mestiere, una storia e, soprattutto, una data di riapertura.

Ma non tutte le serrande che vediamo chiuse in questi giorni torneranno ad alzarsi.

Alcune sono ferme da mesi, altre da anni. Sulle vetrine scolorite restano ancora vecchi adesivi, insegne, numeri di telefono e tracce di attività che hanno accompagnato per decenni la vita di una strada o di una piazza. Poi, lentamente, tutto scompare. E sempre più spesso nessuno prende il posto di chi ha lasciato.

È un’immagine che riguarda da vicino anche i Castelli Romani, dove i piccoli negozi, le botteghe artigiane e le attività a conduzione familiare hanno contribuito a costruire l’identità dei centri storici e delle periferie. Dalle vie più frequentate dei comuni maggiori ai vicoli dei borghi più piccoli, il commercio di prossimità ha rappresentato molto più di una semplice rete economica: è stato un presidio quotidiano, un punto d’incontro, una forma spontanea di controllo del territorio e uno dei luoghi nei quali una comunità imparava a riconoscersi.

Oggi quell’universo è sempre più fragile.

A certificarlo sono i dati dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre. Dopo il massimo raggiunto nel 2008, quando in Italia si contavano quasi un milione e mezzo di attività artigiane, il numero delle imprese ha iniziato una discesa pressoché continua. Nel 2025 le sedi di imprese artigiane attive si sono fermate a circa 1,22 milioni.

Ancora più evidente è il calo delle persone che svolgono questi mestieri. Nel 2015 gli artigiani italiani erano 1,7 milioni; dieci anni dopo erano scesi a poco meno di 1,3 milioni. In appena un decennio ne sono venuti meno quasi 434mila, con una contrazione del 25,1 per cento.

Sono numeri nazionali, ma dietro ogni numero c’è una storia locale. C’è il falegname che non ha trovato nessuno disposto a proseguire l’attività, il calzolaio arrivato all’età della pensione senza un apprendista, la merceria schiacciata dalla concorrenza online, il negozio di alimentari che non riesce più a sostenere affitto e bollette. Ci sono fabbri, tappezzieri, sarti, elettricisti, idraulici e serramentisti sempre più difficili da trovare.

Non è soltanto una questione economica e non basta liquidarla come un inevitabile effetto della modernità.

Quando chiude una bottega, una strada perde una luce accesa. Viene meno una presenza capace di accorgersi di ciò che accade davanti alla propria porta, di salutare una persona anziana, di ricevere una richiesta urgente, di conservare un sapere pratico costruito in anni di esperienza. Si perde anche quella particolare forma di fiducia che nasceva dal rapporto diretto tra chi vendeva un prodotto o offriva un servizio e chi lo acquistava.

Nei Castelli Romani tutto questo assume un valore ancora più profondo. I nostri centri storici non sono centri commerciali all’aperto, anche se è questo che si era provato a fare, in passato, col progetto dei Centri Commerciali Naturali.  A soffocarli è la modernità, col commercio on-line, gli outlet e i centri commerciali indoor, con tutti gli annessi e connessi.

Ma i centri storici non possono essere considerati soltanto come sfondi suggestivi per eventi e fotografie. Per restare vivi hanno bisogno di persone che li abitino e di attività che lavorino durante tutto l’anno.

Un borgo senza botteghe rischia di trasformarsi in una scenografia. Bello da attraversare per qualche ora, forse, ma sempre meno capace di sostenere una comunità reale. Le serrande abbassate impoveriscono il paesaggio urbano, riducono il passaggio delle persone e rendono meno attrattive anche le attività rimaste aperte. È un meccanismo che si autoalimenta: meno negozi significano meno movimento; meno movimento significa meno clienti; meno clienti producono nuove chiusure.

Le ragioni della crisi sono note. La grande distribuzione e le piattaforme online possono offrire prezzi più bassi, assortimenti sterminati, acquisti immediati e consegne a domicilio. Il piccolo commerciante compra quantità inferiori, paga spesso di più la merce e non possiede la stessa forza contrattuale. Pretendere che possa vincere la sfida soltanto abbassando i prezzi significa ignorare la sproporzione delle forze in campo.

Sono cambiate anche le abitudini dei consumatori. Si fanno meno acquisti quotidiani, si concentra tutto in un’unica uscita e si scelgono luoghi nei quali parcheggiare e trovare ogni prodotto. A questo si aggiungono affitti, utenze, tasse, contributi e costi di gestione che incidono in maniera pesantissima sui bilanci delle realtà più piccole.

Anche noi consumatori, però, abbiamo una responsabilità. Difendere i negozi di vicinato soltanto a parole, per poi acquistare sistematicamente altrove per risparmiare pochi euro, non basta. Ogni acquisto è anche una scelta sul tipo di città nella quale desideriamo vivere.

Questo non significa rifiutare il commercio elettronico o immaginare un impossibile ritorno al passato. Significa comprendere che la comodità ha un costo che non compare nella ricevuta: strade più vuote, minori relazioni, servizi più lontani e una dipendenza crescente da operatori che non hanno alcun legame con il territorio.

C’è poi un altro problema, forse ancora più serio: il ricambio generazionale. Per decenni il lavoro manuale è stato culturalmente svalutato, come se utilizzare le mani significasse necessariamente avere meno capacità o minori ambizioni. Gli istituti professionali sono stati spesso percepiti come scuole di seconda scelta, destinate a chi non sarebbe portato per altri percorsi.

Il risultato è paradossale. Mentre tanti giovani faticano a trovare un’occupazione stabile, molte imprese artigiane non riescono a reperire personale disposto a imparare il mestiere. E un sapere che non viene trasmesso è destinato a scomparire insieme alla persona che lo possiede.

Già oggi trovare rapidamente un bravo fabbro, un idraulico, un elettricista o qualcuno capace di riparare una tapparella può diventare complicato. Tra dieci anni, con l’invecchiamento degli attuali professionisti e il numero ridotto di giovani pronti a sostituirli, potrebbe esserlo molto di più.

In questo scenario entra anche l’intelligenza artificiale. Non sarà necessariamente la macchina a cancellare il lavoro artigiano, perché un mobile antico da restaurare, un impianto da riparare o un prodotto davvero fatto su misura continueranno ad avere bisogno di competenza, esperienza e manualità.

L’intelligenza artificiale potrà anzi aiutare una piccola impresa a preparare un preventivo, organizzare gli appuntamenti, progettare un prodotto, comunicare sui social o raggiungere nuovi clienti. Il vero divario rischia di aprirsi tra chi saprà utilizzare questi strumenti e chi resterà escluso anche dalla trasformazione digitale.

La tecnologia, tuttavia, non può sostituire una politica territoriale. Servono agevolazioni per chi apre o mantiene un’attività nei centri storici, affitti sostenibili, formazione professionale, incentivi per l’assunzione degli apprendisti, semplificazione burocratica e progetti capaci di riportare stabilmente persone nelle strade commerciali.

La CGIA propone di valutare un “reddito di gestione delle botteghe artigiane” destinato a chi conduce o apre un’attività nei centri con meno di 10mila abitanti. Una proposta che merita di essere discussa, perché tenere aperta una bottega in un piccolo comune non produce soltanto un reddito privato: garantisce un servizio e genera un beneficio collettivo.

Non tutti i settori, peraltro, stanno arretrando. Crescono le attività legate al benessere, come acconciatori, estetisti, massaggiatori e tatuatori, così come quelle informatiche e digitali. Segnali positivi arrivano anche da gelaterie, gastronomie e pizzerie al taglio, soprattutto nelle località turistiche. Questo dimostra che l’artigianato non è necessariamente condannato, ma deve riuscire a intercettare nuovi bisogni senza perdere il valore della propria unicità.

Nei Castelli Romani la sfida dovrebbe cominciare da una domanda semplice: come vogliamo che siano i nostri paesi tra dieci o vent’anni?

Vogliamo centri storici pieni soltanto durante una manifestazione e silenziosi nel resto dell’anno? Vogliamo strade dominate da saracinesche, insegne spente e locali vuoti? Oppure vogliamo continuare a incontrare chi conosce il nostro nome, aggiusta ciò che si è rotto, prepara un prodotto con le proprie mani e mantiene viva una competenza che nessun acquisto istantaneo potrà restituirci?

In questi giorni di metà agosto, mentre tante serrande sono legittimamente abbassate per qualche giorno di riposo, sarebbe utile fermarsi a guardarle con maggiore attenzione.

Perché dietro alcune di esse c’è ancora una bottega pronta a riaprire. Dietro altre resta soltanto il ricordo di ciò che era.

E la differenza tra le une e le altre dipenderà anche dalle scelte che amministrazioni, scuole, associazioni, imprenditori e cittadini saranno capaci di compiere oggi.

Fonte: www.castellinotizie.itCastelli Romani

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