Unimpresa, nessun crollo investimenti dopo fine Pnrr

Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato il Documento programmatico di bilancio, per il 2027 si delinea uno scenario nel quale la conclusione del programma europeo di ripresa e resilienza non comporterà un’interruzione della politica degli investimenti pubblici La fine del Pnrr non coinciderà con la fine della stagione degli investimenti pubblici in […]

Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato il Documento programmatico di bilancio, per il 2027 si delinea uno scenario nel quale la conclusione del programma europeo di ripresa e resilienza non comporterà un’interruzione della politica degli investimenti pubblici

La fine del Pnrr non coinciderà con la fine della stagione degli investimenti pubblici in Italia. Nel triennio 2027-2029, successivo alla conclusione del programma europeo di ripresa e resilienza, gli investimenti dello Stato e delle altre amministrazioni pubbliche si manterranno mediamente al 3,7% del prodotto interno lordo, contro il 2,8% registrato nel periodo 2000-2019. Si tratta di un incremento di 0,9 punti percentuali di Pil, equivalente a un livello superiore del 32,1% rispetto alla media storica. Anche la spesa complessiva in conto capitale, che comprende gli investimenti e i trasferimenti destinati a finanziare attività di investimento, resterà elevata: 5% del Pil nel triennio 2027-2029, contro il 4,1% medio del ventennio precedente al Covid, con un aumento relativo di circa il 22%.

È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa sul Documento programmatico di bilancio 2027, deliberato dal Consiglio dei ministri il 13 ottobre 2026. Il dato assume particolare rilevanza perché ridimensiona il timore di un brusco arretramento degli investimenti pubblici dopo la scadenza del Pnrr. Il documento del governo indica infatti che, pur in presenza di una fisiologica riduzione delle spese in conto capitale dopo i massimi raggiunti nel 2025 e nel 2026, il sistema pubblico italiano dovrebbe conservare una capacità di investimento strutturalmente superiore a quella che ha caratterizzato i due decenni precedenti.

Il confronto con gli anni più recenti conferma la tenuta prevista. Gli investimenti pubblici, pari al 3,6% del Pil nel 2024 e al 3,9% nel 2025, si collocherebbero nel triennio successivo su una media del 3,7%. La conclusione dei finanziamenti straordinari europei, dunque, non determinerebbe un ritorno ai livelli di spesa che precedevano la pandemia.

Secondo Unimpresa, il passaggio dal Pnrr alla programmazione ordinaria rappresenta una prova decisiva per la politica economica italiana. Dopo anni nei quali la disponibilità di risorse europee ha sostenuto una parte importante degli interventi pubblici, sarà necessario consolidare la capacità di progettare, finanziare e realizzare opere attraverso strumenti nazionali, programmi pluriennali e una gestione più efficiente della spesa.  Tra le priorità individuate nel Documento programmatico figurano gli interventi sulle infrastrutture pubbliche, con particolare attenzione a scuole, ospedali, università, impianti sportivi e bacini idroelettrici.

Il significato politico di queste cifre riguarda la possibilità di accompagnare la conclusione del Piano senza interrompere l’ammodernamento del Paese. Per il governo Meloni sarebbe un risultato rilevante: mantenere una quota consistente di investimenti mentre prosegue il percorso di risanamento dei conti. Il passaggio, tuttavia, richiederà di trasferire nella programmazione ordinaria la capacità di progettazione e realizzazione sviluppata durante il Pnrr.

Un giudizio che trova un punto di contatto con quello del direttore generale di Confindustria, Maurizio Tarquini. In un colloquio con l’ANSA del 13 ottobre ha osservato: «Non ci sarà un crollo degli investimenti ma l’economia deve trovare altre gambe per crescere». Tarquini propone di favorire l’afflusso del risparmio privato verso progetti pubblici, attraverso strumenti capaci di sostenere gli investimenti senza aumentare il debito. Una prospettiva che accompagna a un riconoscimento della prudenza del governo sui conti e a una domanda ancora aperta: quanto il Piano riuscirà ad accrescere stabilmente la produttività italiana?

«La conclusione del Pnrr è stata spesso rappresentata come il momento in cui l’Italia avrebbe rischiato di perdere una parte importante della propria capacità di investimento. I numeri contenuti nel Documento programmatico di bilancio suggeriscono uno scenario diverso, che merita di essere valutato con attenzione e senza facili entusiasmi. Il Paese dovrebbe riuscire a mantenere gli investimenti pubblici su livelli significativamente superiori alla media dei vent’anni precedenti alla pandemia. È un risultato importante, perché indica la possibilità di trasformare una stagione straordinaria di finanziamenti europei in una politica ordinaria di sviluppo.” ha commentato i dati Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa.

Le priorità richiamate nell’analisi di Unimpresa comprendono scuole, ospedali, università, impianti sportivi e bacini idroelettrici. Sul versante delle imprese figurano competitività, contenimento dei costi elettrici e sicurezza degli approvvigionamenti, con interventi sul fotovoltaico, sul biometano e sulla riconversione degli impianti a biogas.

Resta una condizione decisiva: le risorse programmate devono diventare lavori eseguiti. Serviranno continuità nei finanziamenti, amministrazioni attrezzate e tempi di realizzazione credibili. Il 3,7% del Pil indica lo spazio previsto per gli investimenti; la capacità di utilizzarlo determinerà il risultato economico.

I numeri esaminati da Unimpresa offrono dunque una base per affrontare il dopo Pnrr con maggiore fiducia. La fine del programma comporterà una riduzione della spinta straordinaria, ma le previsioni non descrivono il ritorno alla debolezza degli investimenti del passato. Per Palazzo Chigi e per il ministero dell’Economia, il banco di prova sarà mantenere questa distanza: fare in modo che la stagione dei fondi europei lasci all’Italia una capacità permanente di costruire, innovare e crescere.

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