Ilva Taranto: il bluff da 5 miliardi e il rinvio della Cassazione

Mentre le Sezioni Unite decidono sui ricorsi, la Procura frena sullo stop all’area a caldo. Tra decreti d’urgenza e miliardi stanziati  lo Stato continua a scegliere la produzione a danno della salute di una città   Mentre a Roma, nelle stanze blindate delle Sezioni Unite della Cassazione, si discute di commi, ricorsi e codicilli, a […]

Mentre le Sezioni Unite decidono sui ricorsi, la Procura frena sullo stop all’area a caldo. Tra decreti d’urgenza e miliardi stanziati  lo Stato continua a scegliere la produzione a danno della salute di una città

 

Mentre a Roma, nelle stanze blindate delle Sezioni Unite della Cassazione, si discute di commi, ricorsi e codicilli, a Taranto si continua a respirare veleno. Il 20 ottobre 2026 rischia di passare alla storia come l’ennesimo giorno del giudizio sospeso per l’area a caldo dell’ex Ilva. Ma la verità che emerge da questa vicenda non ha bisogno di attendere la camera di consiglio: in Italia, la finzione della “produzione strategica” vale più della vita delle persone.

A firmare l’ultimo schiaffo in faccia alla città è stata la Procura Generale, schierandosi contro lo stop immediato dei cancelli imposto dalla Corte d’Appello di Milano. La motivazione? Da brividi: il rischio per la salute non sarebbe “sufficientemente accertato”.

Bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente: questa è cecità di Stato. Liquidare come “non accertati” i dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità con lo studio SENTIERI e il registro tumori  è un insulto alla scienza e ai morti di questa terra. Parliamo di analisi epidemiologiche agghiaccianti, che hanno registrato tra la popolazione maschile di Taranto e Statte un eccesso del 30% per tutti i tumori e un devastante +50% per il tumore maligno al polmone, confermati dai nuovi dati degli studi epidemiologici dell’area. Se la giustizia si arrocca dietro i formalismi per non vedere i reparti di oncologia pediatrica pieni, significa che il sistema ha fallito.

Quattordici anni di decreti-truffa

Quella dell’ex Ilva non è una complessa vicenda giuridica: è un sequestro di persona di massa che si trascina dal 2012. In quattordici anni abbiamo assistito a una sfilata oscena di governi che, anziché bonificare, hanno varato oltre venti decreti-legge d’urgenza all’ultimo minuto con l’ennesima legge “salva-Ilva” sempre in arrivo al solo scopo di aggirare i sequestri della magistratura e tutelare la produzione  industriale . Proprio in queste ore, mentre l’ultimo provvedimento sulle discariche industriali ha completato il suo iter parlamentare alla Camera a ridosso dell’udienza, si consuma il solito copione.

Il ricatto è sempre lo stesso, sporco e immorale: se vuoi lo stipendio, devi accettare il cancro. Una narrazione tossica che serve solo a coprire il vuoto pneumatico della politica industriale italiana, incapace di gestire una riconversione che in Europa è già realtà da anni. Nel 2024 la Corte di Giustizia UE ha ricordato all’Italia che la salute viene prima dei profitti, ma Roma continua a fare finta di niente.

Il grande bluff economico: 5 miliardi pubblici per un’agonia

Ripetono come un mantra che Taranto è fondamentale per la “sovranità industriale”. Un bluff colossale. L’ex Ilva è un buco nero di denaro pubblico che non produce ricchezza, ma solo debiti. Tra finanziamenti diretti dello Stato e stanziamenti tramite Invitalia, le risorse complessivamente riversate nello stabilimento superano ormai i 5 miliardi di euro. Solo negli ultimi mesi del 2026 si è raschiato il fondo del barile, stanziando altri 100,5 milioni di euro per l’amministrazione straordinaria e persino un ulteriore micro-fondo da 41 milioni di euro per garantire la continuità produttiva e tenere in riscaldo gli altiforni in attesa della Cassazione.

E per produrre cosa? Acciaio legato a mercati globali saturi, dipendendo totalmente dalle importazioni estere di carbone fossile e minerale di ferro. Non è sovranità, è accanimento irrazionale pagato con le tasse dei contribuenti, mentre più di 8.000 lavoratori vengono ciclicamente scaricati in cassa integrazione. Se quei miliardi fossero stati investiti per smantellare l’area a caldo e reimpiegare gli operai nelle bonifiche e in nuovi progetti che pure ci sono , oggi Taranto sarebbe un modello europeo, non una ferita aperta.

Fuori dall’emergenza

Nessuna sentenza della Cassazione, qualunque essa sia, potrà cancellare le colpe della politica. Taranto non ha bisogno di un’altra proroga, di un altro piano ambientale sulla carta che verrà puntualmente disatteso. Provate a chiedere alla politica a tutti i livelli quante delle 412 prescrizioni dell’AIA sono stare realizzate. Anche la Corte di Appello di Milano ha rilevato l’assurdo di certe prescrizioni importanti senza scadenza !

Il tempo delle scuse è scaduto. Continuare a difendere l’indifendibile in nome dell’interesse nazionale significa essere complici di un disastro sanitario. È ora di spegnere l’area a caldo, fermare il ricatto e restituire a questa città il diritto di respirare senza paura.

Foto : ANSA

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