Tecnologia e società, 19 settembre 2026 – un tempo una fotografia bastava a chiudere una discussione. «L’ho visto con i miei occhi» era un’espressione quasi equivalente a «è successo davvero». Una fotografia conservava qualcosa di irrimediabilmente concreto: un volto, una strada, una folla, un gesto. Poteva essere manipolata, certo. Ma la manipolazione richiedeva tempo, competenze, […]
Tecnologia e società, 19 settembre 2026 – un tempo una fotografia bastava a chiudere una discussione.
«L’ho visto con i miei occhi» era un’espressione quasi equivalente a «è successo davvero». Una fotografia conservava qualcosa di irrimediabilmente concreto: un volto, una strada, una folla, un gesto. Poteva essere manipolata, certo. Ma la manipolazione richiedeva tempo, competenze, strumenti. Soprattutto, lasciava spesso delle tracce.
Quel tempo è finito
Oggi guardiamo una fotografia e la prima domanda non è più necessariamente che cosa racconta? È: posso fidarmi?
È un cambiamento molto più profondo di quanto sembri.
L’intelligenza artificiale ha raggiunto un livello nel quale non si limita più a correggere una fotografia, a migliorarne la luce o a cancellare un dettaglio indesiderato. Può costruire persone che non sono mai esistite, mettere persone reali in luoghi nei quali non sono mai state, attribuire loro parole mai pronunciate. E può farlo con una qualità sufficiente a mettere in crisi il nostro istinto più elementare: credere a ciò che vediamo.
Non è una paura teorica
La Banca d’Italia ha recentemente dovuto avvertire i cittadini della circolazione di falsi videomessaggi realizzati con tecniche deepfake, nei quali vengono artificialmente riprodotte l’immagine e la voce del governatore Fabio Panetta per rendere credibili proposte di investimento fraudolente.
Ecco il punto: il problema non è soltanto che l’intelligenza artificiale può creare il falso. È che rischia di rendere sospetto anche il vero.
Questa, a mio avviso, è la questione più inquietante.
Immaginiamo il paradosso. Domani qualcuno pubblica un video nel quale un personaggio pubblico pronuncia una frase scandalosa. Fino a ieri avremmo chiesto: «È autentico?». Domani potremmo avere una risposta ancora più comoda: «Probabilmente è un deepfake».
E se fosse autentico?
La possibilità che tutto possa essere falsificato introduce una tentazione pericolosissima: utilizzare il dubbio come scudo.
La tecnologia, insomma, non ci consegna soltanto nuove forme di menzogna. Potrebbe consegnarci anche un mondo nel quale la verità diventa più difficile da dimostrare.
Una differenza enorme
Tuttavia, considero insufficiente la discussione che riduce tutto alla domanda se l’intelligenza artificiale sia «buona» o «cattiva». Non lo è. È uno strumento, e come tutti gli strumenti può produrre progresso e danni. Il problema vero è stabilire quali istituzioni, quali regole e quali responsabilità debbano accompagnarla.
L’Europa ha introdotto obblighi di trasparenza per i contenuti generati dall’AI e l’Italia sta adeguando la propria normativa. Sono passi importanti, ma la legge arriva sempre dopo la tecnologia. E la tecnologia corre.
Forse dovremmo allora recuperare una virtù antica: il dubbio.Non il dubbio che paralizza, quello che porta a dire che «ormai non si può credere più a niente». Al contrario: il dubbio come metodo.
Una fotografia non dovrebbe più essere considerata automaticamente una prova. Un video non dovrebbe essere automaticamente una testimonianza. Una voce registrata non dovrebbe essere automaticamente una garanzia.
Ma attenzione al rovescio della medaglia: non dobbiamo neppure diventare una società nella quale ogni fatto scomodo può essere liquidato come «creato dall’AI».
La risposta non può essere smettere di credere alle immagini. Deve essere imparare come verificarle.
È una responsabilità che riguarda i giornalisti, naturalmente. Ma riguarda anche le scuole, le piattaforme digitali, le istituzioni e ciascuno di noi.
Perché la vera alfabetizzazione digitale del futuro potrebbe non consistere nel saper utilizzare un programma di intelligenza artificiale.
Potrebbe consistere nel sapere quando non fidarsi di ciò che abbiamo davanti agli occhi: c’è una lezione persino più personale.
La fotografia che guardiamo oggi potrebbe essere autentica oppure no. A prima vista, non sempre siamo più in grado di stabilirlo.
Ma il problema non è soltanto capire se quella fotografia sia vera.
Il problema è capire perché abbiamo così bisogno che lo sia.
Ed è proprio da quella domanda che dovrebbe ripartire il nostro rapporto con la tecnologia.