Il silenzio come forma di esclusione, dal caso Scurati alla vicenda di Mesoraca La censura non ha sempre bisogno di un timbro. Può presentarsi con un contratto annullato, un programma modificato, un invito che non arriva, una mail senza risposta. Non serve sempre vietare. A volte basta non rispondere. La domanda, però, resta. Chi decide […]
Il silenzio come forma di esclusione, dal caso Scurati alla vicenda di Mesoraca
La censura non ha sempre bisogno di un timbro. Può presentarsi con un contratto annullato, un programma modificato, un invito che non arriva, una mail senza risposta. Non serve sempre vietare. A volte basta non rispondere. La domanda, però, resta. Chi decide che cosa può circolare, chi può essere ascoltato e chi deve restare fuori?
Un tempo il potere della censura poteva avere la forma esplicita di un processo. Pier Paolo Pasolini ne affrontò 33 nel corso della sua vita. Per “La ricotta”, nel 1963, fu condannato in primo grado a quattro mesi di reclusione per vilipendio alla religione. La sentenza fu poi ribaltata in appello, mentre nel 1967 la Cassazione dichiarò estinto il reato per amnistia.
Il 20 aprile 2024 la Rai cancellò, alla vigilia della trasmissione, il monologo di Antonio Scurati sul 25 aprile previsto a “Che sarà” su Rai3. L’azienda escluse la censura e parlò di una questione economica e contrattuale. Scurati e Serena Bortone contestarono quella ricostruzione, ma una comunicazione interna, resa pubblica da “la Repubblica”, indicò motivazioni editoriali. Il caso diventò politico e il testo fu letto in teatri e piazze e pubblicato anche dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Quando non c’è un divieto esplicito, diventa più difficile stabilire dove finisca una scelta editoriale e dove cominci un condizionamento. I numeri aiutano a capire il contesto. Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters Without Borders l’Italia è al 56° posto su 180 Paesi, sette posizioni più in basso rispetto al 2025. RSF segnala tra le principali pressioni sulla libertà di stampa le minacce della criminalità organizzata, quelle di gruppi estremisti e l’uso di strumenti giudiziari con possibile effetto dissuasivo sulla cronaca. Circa venti giornalisti vivono sotto scorta e una legge definita “bavaglio” rischia di pesare sulla cronaca giudiziaria.
L’Europa non sta meglio. La piattaforma del Consiglio d’Europa sulla sicurezza dei giornalisti ha registrato nel 2025 344 episodi gravi, il 29% in più dell’anno prima. A settembre 2026 sono 91 i giornalisti detenuti. Meno di un caso su tre ha ricevuto risposta dai governi e solo il 20% di quelle dal 2015 è stato risolto. Le aggressioni fisiche più gravi si sono registrate in Georgia, Serbia e Turchia, e 65 nuove segnalazioni riguardano giornalisti arrestati. Nel mondo, secondo l’indice RSF, per la prima volta in 25 anni più della metà dei Paesi è in condizione “difficile” o “molto grave”.
Poi c’è ciò che nei rapporti non compare. Chi non propone più, chi non viene invitato, chi viene ignorato. Non è censura in senso stretto, perché nessun potere vieta e nessuna norma punisce. È silenzio, e produce lo stesso effetto. Chi viene escluso non ha nemmeno un provvedimento da contestare.
È in questa zona grigia che si colloca la storia di Mariantonia Crupi. La professoressa e scrittrice calabrese aveva letto sui social della manifestazione “Mesoraca in Festival” e aveva proposto il suo romanzo “I limoni e la malvarosa”, ambientato ad Acquaro, nel vibonese, giunto alla terza ristampa. Nella sua lettera racconta che, dopo un primo contatto nel quale le erano state indicate le modalità per presentare la proposta, non aveva avuto alcun riscontro a telefonate e messaggi. Poi il blocco su Messenger.
Il punto, nella sua denuncia, non è il mancato inserimento nel programma, ma l’assenza di una risposta. Un festival ha il diritto di scegliere gli autori e di costruire liberamente il proprio programma. La questione non riguarda soltanto chi scrive, riguarda anche chi organizza, finanzia e sostiene gli spazi culturali.
Un’amministrazione pubblica non può e non deve stabilire quali libri siano degni di essere presentati. Allo stesso tempo, chi organizza una rassegna non ha l’obbligo di accogliere ogni proposta. Ha però la responsabilità delle proprie scelte, soprattutto quando la cultura viene presentata come uno spazio di confronto aperto.
Sono gradini diversi della stessa scala. La cultura si può chiudere a chiave in molti modi. Con una legge, una sentenza, una decisione editoriale. Oppure con una porta che non si apre, una risposta negata, e nessuno che spieghi perché.
Per un’informazione completa
Consulta anche gli articoli pubblicati su: